Thermae

"Clio, la Musa della storia, relegherebbe questo piccolo saggio non certo al piano nobile della sua dimora ma nelle sue rimesse. Proseguendo questa metafora, in queste scuderie io vado ammucchiando da anni, con molta discrezione e una buona dose di humour; uniche doti che mi riconosco, pagine sospese tra medicina e storia, medicina e filosofia, medicina ed arte, medicina e costume, storia e divertimento, etc. Perciò contando sulla Vostra benevolenza spero sappiate trovarci qualcosa di buono."

Anno Domini MCMXCIX – III giorno, VIII mese.

 

Alla religiosità primitiva l’acqua sgorgante dalla terra è apparsa sempre come la manifestazione più viva ed immediata di una potenza divina. Il mistero delle sue origini, la sua inesauribile capacità di movimento, il suo rumore querulo o roboante, quasi voce manifestatrice della divinità, il suo potere chiarificatore che lava e dissolve, la sua capacità irrigatrice e perciò donatrice di fecondità e benessere, fa si che l’acqua, particolarmente delle fonti, assurgesse a valore sacro presso tutti i popoli. In alcune religioni le acque possono assumere, addirittura, un significato cosmologico di assoluta preminenza, tanto da costituire la matrice da cui è nata la terra; la BIBBIA stessa (GENESI 1,2) narra di Dio che aleggia sulle acque prima di creare il mondo. Nondimeno la mitologia greca ha una grande varietà di divinità delle acque e Umberto Pestalozza nel suo saggio " La Fisiologia del Mito", a proposito dell’antica religiosità mediterranea preellenica, osserva che:

"Si deve l’esistenza di una religione delle acque, necessariamente parallela con quella della terra, poiché l’acqua, per il suo scorrere, fu sempre considerata nel mondo greco come l’elemento femminile da cui sorge ciò che acquista vita"

Questo binomio donna-acqua, acqua-fertilità, vita-acqua, rimane fondamentalmente per tutta la religiosità antica. L’acqua nella cosmogonia, nei miti e nei riti, costituisce simbolicamente il grembo uterino che ospita nell’unità indifferenziata la totalità delle forme possibili. L’immersione corrisponde alla dissoluzione, al ritorno al caos, mentre l’emersione ripercorre il gesto della creazione. Dunque l’acqua, potenziale portatrice di morte, è anche il simbolo della vita: quindi è naturale che questo liquido prezioso sia stato collegato al femminile ed alla luna che determina e scandisce sia le maree sia i cicli della riproduzione e della fertilità. Mentre l’elemento che è stato correlato all’uomo con più forza allusiva e simbolica, è il fuoco, con tutte le implicazioni legati alle arti, al lavoro, alla guerra allo sviluppo delle civiltà.

Tre sono i poteri attribuite alle fonti sacre:

- Potere fecondatore in quanto le fonte erompe dalle viscere della madre terra.

- Potere divinatorio e potere lustratorio in quanto l’acqua lava e, scorrendo, porta via le impurità. Una semplice abluzione precede da sempre il toccare o l’uso di cose sacre.

In molti miti le fonti sono considerate come le lacrime o il latte della terra. Le Ninfe patrone delle fonti sono divinità eminentemente nuziali e tutrici della fecondità, come il loro stesso nome esprime ed i miti che la riguardano sono sempre di carattere erotico. I bagni in acque medicamentose furono usati largamente e fin da epoca remotissima ed i loro poteri curativi furono attribuiti al favore di divinità alle quali si offrivano doni votivi; proprio la presenza di reperti di oggetti votivi trovati nei pressi di pozzi o sorgenti nei siti archeologici di Latronico e di Bertinoro ci permettono far risalire l’uso di queste acque all’età del bronzo. Per le epoche successive ci possiamo avvalere, quale testimonianza, anche di iscrizioni, inoltre esistono fonti letterarie da cui si desume l’esistenza a Sibari di terme già dal secolo VI a.C. In Grecia la costruzione di appositi ambienti per il bagno risalgono all’età minoico- micenea e si hanno, in età classica ed ellenistica, esempi di edifici termali a Olimpia, a Delo e a Olinto. In Grecia le fonti termali erano in modo particolare sacre ad Eracle, a cominciare dalle famose Termopile. Tuttavia in età romana, con la nascita di una specifica architettura atta a soddisfare le esigenze di igiene e di socialità delle popolazioni degli agglomerati urbani e nelle località residenziali, che si assiste alla massima diffusione dell’uso dei bagni pubblici. Già nell’esempio più antico, le Terme Stabiane di Pompei che sfruttavano i fenomeni di vulcanismo della zona, risalenti al periodo Sannitico (III secolo a.C.), sono presenti gli elementi fondamentali ispirati dal principio terapeutico, derivato da Galeno, del bagno di sudore completato con massaggi e seguito da lavacri caldi e freddi. Gli ambienti indispensabili per l’applicazione del dettato galenico erano, nell’ordine e dopo l’ingresso, APODYTERIUM (spogliatoio), il TEPIDARIUM, il CALEDARIUM ed il FRIGIDARIUM. Le più tarde TERME CENTRALI, ancora a Pompei, mostrano vari ambienti che includono anche un locale per il bagno diaporetico (SUDARIUM o LACONICUM), ormai disposti organicamente a comporre la separazione tra i locali destinati agli uomini e quelli riservati alle donne. A Roma nei primi secoli dell’impero, furono innalzate imponenti costruzioni monumentali, quali le TERME di Nerone in Campo Marzio, oggi scomparse. Presso la DOMUS AUREA furono poi innalzate le TERME DI TITO completate da DIOCLEZIANO e successivamente quelle di TRAIANO. Tali complessi erano sistemati lungo un asse longitudinale e apparivano arricchiti da elementi accessori simmetricamente disposti come locali di servizio e di ristoro; palestre, grandi cortili porticati e talvolta anche piscine (NATATORIA). Importanti le decorazioni impreziosite da mosaici, sculture e incrostazione marmoree. Di queste grandi manifestazioni dell’architettura romana restano solo gli imponenti ruderi delle TERME di CARACALLA tra l’Aventino ed il Celio. Ancor più grandiose le TERME dette di DIOCLEZIANO; la curvatura dell’esedra, amplissima, appare riconoscibile nella disposizione della piazza detta appunto dell’ESEDRA, dal TEPIDARIUM è stata ricavata l’attuale basilica di Santa Maria degli Angeli. Particolarmente fastose furono, all’inizio dell’età augustea, le "TERME DI MERCURIO" a Baia, che presentavano come soluzione del probabile FRIGIDARIUM una grande sala circolare cupolata, primo esempio di quel tipo spaziale romano che raggiungerà il massimo sviluppo con il PANTHEON. Tra i più famosi fruitori di fonti termali in periodo termale romano ricordiamo PLINIO il VECCHIO e ORAZIO. In Occidente, durante i primi secoli del Medioevo molti di questi edifici, disseminati un po’ dappertutto all’interno dei confini dell’Impero Romano, caddero talvolta in oblio ed abbandono. Il Medioevo visse l’incubo costante della malattia e del dolore fisico, segni esteriori del peccato, della maledizione divina, "messaggeri del diavolo", resi endemici da condizioni di vita spesso disumane e da una diffusa realtà di mal nutrizione. Non c’è dunque da meravigliarsi se in epoche di grandi incertezze terapeutiche la pratica termale specie in accezione idro minerale (crenoterapia) fosse considerata l’ultimo rifugio della medicina. Quando le solite erbe e pozioni risultavano inutili, quando fallivano persino i sortilegi e le invocazioni magiche, non restava che affidarsi all’azione curativa e purificatrice dell’acqua, consacrata da una tradizione di empirismo secolare e da un dottrinario sistematicamente formulato dal I secolo a.C., nonché avallata dalla Chiesa Cristiana. E’ un luogo comune credere che la chiesa nel Medioevo si sia opposta con accanimento ai bagni; pratica pagana per eccellenza, abitudine igienica di cui l’epicurea società dell’Impero Romano aveva finito con l’esaltare soprattutto gli aspetti più morbosamente voluttuari, facendola degenerare in quel "diversium vitiorum" già condannato da SENECA. Igiene e immoralità sono certo binomio comune nel Medioevo, ma se San Benedetto da Chiaravalle consente l’uso dei bagni esclusivamente ai malati e solo "ogni qualvolta è necessario", Santa Radegonda fa addirittura costruire una piscina nel suo monastero ed un miniatore della fine dell’XI secolo La ritrae mentre è intenta a versare olio sul capo della sua disciplina Animia, che fa il bagno in una tinozza di legno. Il cristiano non fu aprioristicamente ostile all’idrologia, né dal punto di vista igienico né da quello terapeutico. Anzi perpetuò in senso rituale e culturale quegli attributi purificatori che tutte le religioni avevano attribuito all’acqua attraendola nell’ambito del divino. Come nel mondo Greco-Romano ogni ASCLEPION sorgeva accanto ad una fonte in cui il postulante potesse mondarsi dalle impurità prima di accostare i sacerdoti, così nel mondo ebraico il Talmud prescriveva il bagno non solo prima di entrare nel tempio ma anche prima di accingersi allo studio della Legge. Nondimeno nella Roma paleocristiana presso le principali basiliche esistevano per i pellegrini ospizi, bagni e terme liturgiche usate per le lustrazioni battesimali o per la preparazione ad altre funzioni liturgiche. Anche l’azione medicamentosa delle acque minerali poteva integrarsi con il concetto cristiano, visto che nella stessa Bibbia è facile rintracciare espliciti riferimenti a fonti termali, come quella di Emmanus o la sorgiva solforosa di Callorhoe, frequentata da Erode e citata già da PLINIO il VECCHIO, o le acque purgative del Mare di Tiberiade. Come nella Bibbia si può cogliere il rapporto tra virtù terapeutiche delle acque e fatti miracolosi così nel medioevo fu costume diffuso dedicare terme e bagni ai Santi, tanto più se le malattie che vi si curavano erano commesse alle tradizionali proprietà teumaturgiche dei Santi stessi. La Chiesa pur ammettendo la proficuità della pratica igienica, ne controllò severamente l’uso e invitò i cristiani a servirsi dei benefici bagni solo a "causa propriae salutis", castamente senza indulgere ai facili diletti del corpo poiché esso è, insieme all’anima consacrato da Dio. Nonostante queste censure morali dettate dalla chiesa, l’Alto Medioevo non perdette però il piacere ludico del lavacro; il ciclotimico, ipomaniacale Carlo Magno adorava bagnarsi nudo nei "tiepidi lavacri" del suo splendido palazzo di Acquisgrana, nota stazione termale rivalorizzata dal padre Pipino il Breve. Nei cosiddetti "secoli bui" il bagno fu quindi più comune di quanto si sia soliti pensare e le proprietà terapeutiche delle acque termali furono rivalutate quando, con l’invenzione del Purgatorio a partire del XII sec., immersioni, abluzioni e bagni di vapore vennero associati alle pene con cui si purgavano le anime prima di poter salire in Paradiso. Ma è già dal sec. XIII che l’interesse per l’idrologia crebbe straordinariamente e la valorizzazione degli impianti termali riprese su vasta scala; in Italia riaprirono terme in disuso e si scoprirono nuove fonti. L’interpretazione della loro azione terapeutica resta praticamente la stessa che in epoca romana: depurativa degli umori corrotti, contro ciascuno dei quali vale la singola composizione delle varie acque, classificate in:

- Saline o alcaline, prescritte per le flussioni di capo e petto, l’idropsia, i temperamenti pituitosi;

- Albuminose, per emorroidi, flussi mestruali abbondanti,sputo sanguigno, vomito;

- Bituminose, buone per ammorbidire l’utero, la vescica e l’intestino;

- Solforose, per contratture, nevralgie e nevriti;

- Ferruginose, curative delle malattie dell’orifizio dello stomaco e della milza;

- Vertrioliche, per le affezioni della bocca, delle tonsille, dell’ugola e per gli occhi.

Veri e propri manuali pratici della salute, le opere medioevali d’idrologia rispondevano all’aumentata richiesta di guide d’orientamento per le migliaia d’infermi che tornavano a ricorrere fiduciosi alle cure termali. La prova più significativa di questa tendenza è il "DE BALNEI PUTEOLANIS" che descrive le qualità mediche di 35 bagni dislocati nei Campi Flegrei, ad Ovest di Napoli, tra la città partenopea e Baia. Il poema composto nella seconda decade del XIII sec. Da Pietro da Eboli secondo alcuni autori è dedicato all’imperatore Enrico VI, mentre il Kauffmann sostiene sia dedicato all’imperatore Federico II. Il testo è sontuosamente corredato di miniature dalla forte impronta bizantina; le cui nudità non hanno però nulla di erotico, proponendo invece il ritorno alla primordiale purezza in corpi stilizzati che simboleggiano la purificazione o rappresentano un concetto di cura legata all’espiazione e alla fede in un contesto termale che paragona i bagni pubblici ad una corte dei miracoli. L’idrotermalismo aveva fatto della zona flegrea il più famoso centro terapeutico dell’età classica. Terra vulcanica e "infuocata" come dice l’etimologia greca della parola, Fleugro = ardente, e non solo in senso geologico, in essa si combinano perfettamente le esigenze salutari e quelle del divertimento sociale, dato che fu anche uno dei più rinomati luoghi di villeggiatura dell’Impero Romano. La fine dell’impero romano segnò la decadenza di Baia, ma nonostante gli effetti devastanti del bradismo, che rese malarica e spopolata la zona e provocò l’interramento di numerose fonti, la fama della acque e delle sufe o sudatori di Pozzuoli, Agnano e del lago Averno non si spense. Anche l’imperatore Federico II ebbe il modo di sperimentare le qualità dei bagni di Pozzuoli tra l’ottobre ed il novembre del 1227, in seguito ad una malattia che lo aveva colto a Brindisi, mentre si accingeva a salpare per la Crociata in Terra Santa. "Inquisitor et sapientae amator" interessato a tutte le forme di cultura scientifica e curioso di fenomeni naturali, Federico II non potè non restare impressionato dalla singolare attività fumarolica e idrominerale della zona. Non è un caso infatti che, in quello stesso anno, l’Imperatore richiese al suo scienziato e astrologo Michele Scoto la spiegazione del perché in uno stesso luogo potessero coesistere così tanti tipi diversi di acque, dolci e salmastre, bituminose, fredde, calde e tiepide, e pose anche molti altri quesiti geologici, fisici e chimici. Le "diverse vertude" di quelle terme suscitarono però l’invidia dei medici della vicina scuola Salernitana, rappresentante della medicina ufficiale, cui lo stesso Federico II aveva concesso la facoltà di conferire il titolo di abilitazione all’esercizio della professione medica in tutto il Regno. Si trattava di un conflitto d’indirizzi, perché i medici Salernitani erano sempre stati molto tiepidi nei riguardi della balneoterapia, limitandosi a consigliare i bagni di vapore per scacciare le ventosità, per rimuovere ed espellere gli umori, per provocare il sonno ed allontanare le convulsioni, e i bagni in generale per curare gli umori putridi, le febbri terzane e quartane e per aprire i pori ai tisici, ma aggiungendo subito una serie di controindicazioni. Si trattava anche di un conflitto di interessi, non solo perché i Bagni di Pozzuoli erano gratuiti e quindi toglievano eventuali clienti ai luminari della "Città Ippocratica" ma anche perché questi ultimi dovevano difendersi dai medici del collegio Napoletano, che invece prescriveva in larga misura le cure termali. Nella contesa Pietro da Eboli con il suo trattato "De Balneis Puteolanis", giocò un ruolo fondamentale a favore dell’idrologia: la sua qualificata opera di propaganda sui bagni flegrei, improntata soprattutto sulle virtù miracolose e sulla gratuità delle acque che concorse in maniera notevolissima alla divulgazione in ambito popolare della crenoterapia. Le norme termali senesi alla fine del XIII sec., per esempio, prevedevano l’accesso gratuito ai luoghi di cura ai lattanti ed ai loro accompagnatori. Delle 35 fonti descritte nel "DE BALNEIS PUTEOLANIS", pochissime sono quelle che hanno proprietà guaritrici esclusive per specifiche malattie: tra queste è la "FONS SILVANAE" che era nota per curare ogni affezione ginecologica ed eliminare la frigidità e la sterilità, potere quest’ultimo che susciterà nella seconda metà del secolo XV i lazzi di Loise de Rosa, maestro di casa della corte aragonese, che in sapido dialetto puteolano-napoletano scrive nei suoi "Ricordi":

"….. se volisse imprenare tua mogliere, portala a la vagno de Sarviata, ma tu fa lo tuo dovere con tua mogliere, ca la donna non se ne imprena de acqua cauda".

In effetti si credeva che l’acqua che sgorgava da certe sorgenti fosse in grado di calmare i dolori uterini e di guarire le donne considerate sterili. Nell’Italia Medioevale, erano numerose le coppie che frequentavano i bagni, nella speranza di ottenere una discendenza; tra queste Buonaccorso Pitti, illustre membro della nobile famiglia fiorentina, accompagnò nel 1406 la sua sposa a Bagni di Petriolo, tra Siena e Grosseto, affinchè gli suonasse un figlio. Tra il XIII e XIV sec. i medici potevano fare affidamento su una importante letteratura; furono circa una trentina i trattati che riguardavano le acque termali scritti da medici in qualche caso molto noti, tra questi il manoscritto miniato di Bartolomeo Angelico(XIII sec.) il "DE PROPRIETATIBUS REBUS". Tra queste opere le più complete e dattagliate rimangono probabilmente i trattati di Ugolino da Montecatini redatto nel 1417 e di Michele Savonarola, zio di Girolamo, composto nel 1452. Tutti questi manuali sono stati raggruppati e stampati, nel 1553, dall’editore veneziano Giunta in una vasta raccolta intitolata "De Balneis", che rimane un documento insostituibile per conoscere le pratiche termali in uso nel Medioevo. Nel XV sec. Federigo Mellis, uno dei pochi storici ad aver studiato l’importanza sociale ed economica del fenomeno termale, sottolinea che le forme più calde e solfuree erano le preferite: esse si rivelano efficaci nella maggior parte delle patologie ed erano particolarmente indicate per curare ulcere, piaghe infette, malattie della pelle, come la scabbia e tutte le forme di prurito. Il calore delle acque termali inoltre dimostrava tutta la sua efficacia in caso di dolori reumatici o artritici e più in particolare della gotta, malattia diffusissima all’epoca, soprattutto tra i potenti. Numerose acque termali si bevevano, infine per curare il fegato o lo stomaco, o per liberarsi dei calcoli renali. Così, nel 1581, lo scrittore francese Michel de Montaigne, diretto a Roma per consegnare al papa i suoi "Saggi", approfittò del viaggio per tentare di porre fine alle sue coliche renali visitando, uno dopo l’altro, alcuni dei siti più famosi per questo tipo di tipologia: Plombieres nei Vosgi, Baden e i Bagni di Lucca. Di un generale e diffuso benessere economico, a partire dai sec. XII e XIII, godettero anche dei luoghi di cura e villeggiatura come le terme. La riscoperta delle cure termali trovò da un lato il riconoscimento della scienza medica che le promosse come efficace terapia in numerosi trattati di medicina, e dall’altro rappresentò l’espressione di una mondanità che caratterizzava la società medioevale. I bagni divennero sempre più una sorta di palcoscenico dove ostentare ricchezza. Nel territorio senese, l’organizzazione dei divertimenti era affidata ad un "Signore dei Bagni", nel 1455, questa carica fu affidata al giovane Lorenzo dè Medici, venuto ad accompagnare suo padre, Pietro il Gottoso, a Bagni San Filippo. Sabatino degli Arienti ambienta nella cornice dei Bagni di Porretta Terme la sua raccolta di novelle le "Porrettane" dove ci mostra l’allegra compagnia di Andrea Bentivoglio, la quale dopo pranzo si diletta in giochi, suoni, canti e balli. Prima che il terremoto del 1538 distruggesse gran parte delle strutture termali, anche i Campi Flegrei rivissero un loro periodo di beneficienza e la corte Angioina e poi quella aragonese frequentarono le terme, promuovendo feste, ricevimenti, balli e cacce; il divertimento, infatti troverà addirittura una sua giustificazione medica; Alessandro Gonzaga, infatti consiglia alla cognata Barbara di Brandeburgo:

"Dopo il Bagno si deve fuggire la quieta e stare in continua allegria sia per mantenere in movimento gli umori, sia per evitare la sonnolenza, che impedisce l’eliminazione delle superfluità prodotte dal bagno stesso".

In tal modo le cure termali non furono più solo un momento riservato alle terapie ed al riposo, ma le terme divennero sinonimo di luoghi di delizie, in cui il teme letterario iconografico della "Fontana della Giovinezza", spogliato di ogni connotazione mistica o religiosa, poteva tradursi in affascinante realtà. Qui potevano estrinsecarsi liberamente i soavi influssi esercitati sui mortali dal pianeta Venere e si esaltavano le penetranti voluttà della vita.

"Quivi non mai senza festa e somma allegrezza la maggior parte del tempo ozioso trapassata, e qualora più è messo in esercizio, si è in amorosi ragionamenti, o le donne per sé o mescolate cò giovani; quivi non si usano vivande se non dedicate e vini per antichità nobilissimi, possenti nonché ad eccitare la dormente Venere".

Né è da credere che il clima festaiolo coinvolgesse solo i giovani rampolli delle famiglie più ricche e nobili; anche gli alti prelati che accompagnarono il Papa Pio II ai Bagni di Petriolo nel 1460 si lasciarono conquistare dall’atmosfera dolce e gaudente del sito, recitando forse più di sovente:

"Chiare fresche e dolci acque ove le belle membra pose colei che sola a me par donna"

invece di intonare:

"Laudato sì, mio Signore, per sor’acqua, la quale è molto utile et Humile et pretiosa et casta".

 

A cura della Dr.ssa Maria Rosa MILANI PEZZOLI


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